uno spillo nell’oceano

 

Regia, riprese e montaggio a cura di Andrea Cagno

 

Leggi la trascrizione della testimonianza di Fabrizio e Gianni o guarda il video su youtube:

“Io penso che per un detenuto il lavoro sia la prima cosa in assoluto, il gradino più importante di una scala. È quello che ti dà un motivo per alzarti la mattina e ti fa sentire che servi a qualcosa. Quando fai le tue sei ore di impegno, la testa inizia a vagare; non pensi più costantemente alla tua situazione o a quello status di "carcerato" che ti porti addosso. Ti senti semplicemente soddisfatto perché hai fatto qualcosa di utile.

C’è poi un aspetto che per me è fondamentale: la dignità economica. Spesso si dice che il detenuto è un peso per la società, ma quando lavoriamo le cose cambiano. Io pago le mie spese carcerarie e i miei contributi; ogni mese mi levano i soldi dallo stipendio e questo mi fa sentire bene. Mi fa sentire che non sto mangiando e dormendo gratis alle spalle degli altri. Anche se il mio contributo può sembrare solo uno spillo in un oceano, mi permette di partecipare a quella "macchina produttiva" che sta fuori, nella società.

Qui a Bollate lavoro per una cooperativa esterna che porta le sue attività dentro il carcere. È un’esperienza che mi riempie e che mi spinge a riflettere sulla mia vita e sul mio passato, nonostante non sia più giovanissimo e abbia davanti a me una pena ancora lunga. Il lavoro ti impone una responsabilità e ti costringe a fare un’introspezione profonda.

C'è un momento particolare della mia giornata che porto sempre nel cuore. La sera, quando torno in cella e ho finito di fare la doccia, mi siedo alla finestra e guardo fuori verso la tangenziale. In quel momento, vedo le colonne di camion e auto nell'ora di punta e so che quella è la gente che torna dal lavoro. Mi sento bene perché posso dire a me stesso: «Oggi ne ho fatto parte anch'io. Anch'io sono uno di quelli che torna dopo aver fatto il suo dovere».

Questa sensazione cancella lo stress della noia che purtroppo schiaccia chi non ha la fortuna di lavorare e deve passare tutto il giorno a guardare il muro. Mi auguro davvero che questo modello si propaghi in tutte le carceri d'Italia. Perché è meglio stare fuori, lavorare in modo regolare e godersi la famiglia, ma finché sei qui, il lavoro è l'unica via per non restare fermi e per capire davvero cosa hai lasciato fuori.

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